Classici di oggi: Stefano Malferrari pianoforte Vol.1

Scrivere, o parlare, di musica non è mai cosa semplice.

Tradurre in parole quanto prodotto da un linguaggio espresso in suoni, presenta il costante rischio di far scivolare lo scrivente su di un terreno sdrucciolevole, cadendo o sul lato di una esposizione particolarmente analitica e talvolta arida, o finendo, dall’altro, in una narrazione emozionale, talvolta eccessivamente immaginifica.

Di più, se già si rivela alquanto ostico e fragile raccontare ancora di brani storici che, per nostra fortuna, vantano testi importanti a loro dedicati, potrebbe sembrare ancor meno opportuno, per non dire superfluo, esporre di opere, come quelle presenti in questo CD, che hanno tutte la fortuna (se si esclude il capolavoro di Luigi Nono) di poter portare la testimonianza, in tempo reale, dei loro stessi creatori.

Colgo quindi con piacere l’invito di EMAVINCI e dei suoi responsabili che mi hanno proposto, intelligentemente, di scrivere queste piccole note al libretto allegato, portando solo la mia opinione d’interprete e la visione di colui che, lavorando in una musica contemporanea attuale, si ritrova ad operare in quello strettissimo margine emozionale che sta fra il testo scritto e le indicazioni verbali, offerte dalla straordinaria possibilità di lavorare in contatto diretto con gli autori stessi.

Vengo quindi alla scaletta del programma di questo CD che comincia con il Sospeso d’incanto n.3 di Adriano Guarnieri.

Ho avuto, nel corso di questi ultimi 15 anni, la fortuna e l’onore di presentare in prima esecuzione assoluta i suoi tre Sospeso d’incanto: il primo nel meraviglioso Teatro Bibbiena di Mantova, il secondo per la stagione di Musica Realtà a Milano e il terzo, quello qui registrato, in occasione dell’edizione 2014 di Maggio Elettrico, appendice dedicata alla musica elettroacustica, del Maggio Musicale Fiorentino.

La prima cosa che colpisce della scrittura pianistica di Guarnieri (e la sua grafia ne è l’esatta, diretta, testimonianza) è la forte componente materica della sua urgenza espressiva.

Le sue violente stesure grafiche e le conseguenti dilatazioni di scrittura sul pentagramma, rappresentano perfettamente quello che un’ulteriore indagine analitica ci dimostra, con la scoperta di indicazioni di tempo e di colore portati all’estremo: i metronomi 20 – 10 – 0 (!) e i colori espressi con ripetizioni marcate di un f o di un p (ricordo di avere contato, nella parte pianistica di un suo brano per ensemble, fino a 15 p quale indicazione per la ricerca di un pianissimo) che sono, nel tempo, diventati una sorta di marchio dell’estetica compositiva del compositore.

Ecco il momento in cui l’interprete deve rapportarsi, quanto più empaticamente possibile, al pensiero-desiderio espressivo di Guarnieri.

La volontà grafica così dettagliata e utopica è in realtà il modo più diretto e semplice per chiedere all’esecutore qualcosa di altrimenti inesprimibile: la capacità di sentire il brano, nelle sue dilatazioni e concentrazioni sonore e temporali, attraverso una visione che solo in una, quanto più possibile, ideale immedesimazione emozionale con il compositore stesso può trovare il suo giusto compimento.

Anche dal punto di vista meramente fisico, verrebbe spontaneo usare il termine tecnico dal momento che questa parola è comunemente portatrice di un erroneo significato di agilità e impegno muscolare, la scrittura di Guarnieri è densa di memorie, con i suoi passaggi di ottave, terze, note ribattute e salti impervi, memoria partecipativa per l’esecutore di un virtuosismo di tempi passati, coniugato ora con uno slancio trascendentale verso il futuro.

Differente è il discorso riferito ai due compositori che seguono nell’ordine il programma del CD, Foresi e Ratoci.

Entrambi portatori di una scrittura lucida e attendibilissima nel rispetto di tutta la  loro dettagliata indicazione di desideri espressivi: numerazioni metronomiche, durate e intensità nell’uso del pedale, variazioni nei colori e accentuazioni, pulsazioni ritmiche e conduzione, perfettamente indicata, dei vari e differenti slanci e ritorni emozionali.

Glifo il brano di Michele Foresi è  giocato su differenze timbriche di grande raffinatezza e intensità e propone, tra l’altro, una serie di glissandi muti sia sui tasti bianchi (da eseguirsi con l’unghia), sia sui tasti neri (con l’uso del polpastrello) della tastiera.

Questa ricerca, fortemente espressiva del suono bianco, è una delle caratteristiche che maggiormente affascinano il pianista che decide di confrontarsi con le nuove modalità timbriche offerte dallo sviluppo della recente (ma ormai consolidata dagli anni) nuova tecnica pianistica.

In parte differente è East St. Louis il brano di Alessandro Ratoci, che possiamo considerare, sotto l’aspetto esecutivo, diviso in due grandi modalità pianistiche: quella in tastiera, con una scrittura talvolta estremamente ostica, ma sempre riconoscibile come derivazione di un pianismo storico e arricchito da pratiche (per nulla celate, anzi, volutamente manifeste) di derivazione jazzistica e quella in cordiera, che facendo uso di oggetti vari quali battenti per strumenti a percussione, plettri per chitarra, carte plastificate, si fa portatrice di quello sviluppo della scrittura pianistica che, dalla metà del secolo scorso a oggi, ha creato quel pianoforte altro che è stato foriero di una ricerca timbrica di epocale, straordinaria, importanza per la sensibilità degli attuali pianisti.

In ultimo, ma presenza fondamentale, in quanto gemellare, di tutto il materiale proposto in questo CD, vi è l’impiego dell’elettronica, in veste di soggetto dialogante con tutto il repertorio pianistico qui presente.

Confrontarsi con il suono elettronico è per il pianista, esecutore-interprete, la partecipazione a un reale, affascinante ed emozionante duo.

Che si tratti del brano di Guarnieri, dove i materiali elettroacustici sono frammenti registrati, separatamente, dall’esecutore stesso; o quello di Foresi, composto da files che la regia del suono fa partire minuziosamente a seguito di precisi attacchi dati dal pianista; o, ancora, il lavoro di Ratoci, dove la partitura della composizione elettronica cammina in un costante percorso parallelo alla scrittura strumentale, guidata in questo caso dal compositore stesso; confrontarsi, dicevo, con la creazione di un dialogo tra il suono acustico dello strumento e un materiale sonoro elettronico, presenza invisibile ma avvolgente, proveniente da diffusori e sospeso nell’aria, offre all’interprete la possibilità di godere di uno scambio nuovo nella sua offerta di sensibile ricerca espressiva che, memore di un’esperienza acustica direttamente derivata dall’abitudine del duo strumentale, apre nuove finestre verso orizzonti ancora inesplorati nei loro infiniti possibili sviluppi.

Lascio un minuscolo spazio, alla fine di questo mio brevissimo commento ai brani qui presentati, per citare, con tutta la più alta meraviglia, il brano di Luigi Nono.

Ho scientemente deciso di non aggiungere righe ulteriori a tutto il materiale che nel corso dei decenni è stato scritto all’indirizzo di questo straordinario capolavoro pianistico.

Mi limiterò, sapendo bene di sottolineare l’ovvio, solo a considerare come la straordinaria capacità artistica di uno dei due dedicatari di Sofferte onde serene…, Maurizio Pollini, abbia dato modo al compositore di esprimersi, nella scrittura per tastiera, con una ricerca timbrica di una raffinatezza e definizione inaudita.

Come sempre accaduto nel corso della creazione di nuova musica, ciò che oggi ci sembra, pur nel rispetto di tutte le impervie difficoltà meccaniche, affrontabile, è stato nel momento del suo apparire, precursore di novità che solo un pensiero alto e geniale poteva gettare tanto in avanti, offrendo agli interpreti degli anni a venire, la costante possibilità di un continuo sviluppo dello stato esecutivo e interpretativo.

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